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    Inzaghi non voleva Ibra. Poi però, qualche anno dopo, si è commosso per lui e ha pianto per lui. Il calcio non è mai uguale a se stesso, non è marmoreo il calcio. Non c'è nulla che sia in divenire come il calcio e come i protagonisti del calcio, soprattutto quando sono dei cavalli di razza, dei purosangue competitivi. Era l'agosto del 2006 e SuperPippo aveva appena iniziato a dipingere il capolavoro di Atene. La Patria aveva chiamato e lui aveva risposto. Dopo l'arancia meccanica di Calciopoli, c'era bisogno di rientrare in fretta e furia dalle vacanze, perché il Milan non era più qualificato di diritto alla Champions League.

    Bisognava giocare il Preliminare: i 30 punti di penalità che erano stati inflitti al Milan, non uno di più perché altrimenti nella gradualità delle pene sarebbe retrocessa la Lazio, avevano spinto il Milan al terzo posto del campionato 2005-06. I giocatori erano attesi dalla Stella Rossa, che era già allenata, rodata e in forma. Ma nemmeno 24 ore dopo la chiamata di via Turati, Inzaghi era già a Milanello. E pochi giorni dopo, nel 9 agosto del suo 33esimo compleanno, era già in campo: 70mila a San Siro, 1-0 a favore dei rossoneri, gol suo. Al termine della gara contro i serbi, gira voce che il Milan stesse chiudendo la trattativa per portare Ibra a Milanello. Nella mixed zone di San Siro, i giornalisti lo dicono a Pippo. E lui? Sorrisino e spallucce. Ma appena fuori da San Siro si attacca al telefono e chiama gli amici: "Ma è vera questa storia...?".

    Inzaghi aveva una caratteristica, quando c'era qualcosa che non gli tornava faceva due singulti al termine della frase, non due colpi di tosse, ma quasi, due rintocchi gutturali. Insomma, il protagonista voleva essere ancora lui. Era questa l'autostima di Inzaghi. Il suo sacro fuoco lo faceva sentire più importante anche di un fuoriclasse come Zlatan. Eppure a febbraio 2007, quell'autostima di pochi mesi prima poteva anche sembrare presunzione gratuita. Infortuni, scelte tecniche, Inzaghi giocava poco e male.

    Lo va a trovare il suo procuratore Tullio Tinti, a Milanello. Parliamo con lui e ci dice: "Non preoccupatevi che Pippo prima della fine di questa stagione qualcosa si inventa". Due mesi dopo, il gol di Monaco di Baviera nei quarti, tre mesi dopo la doppietta nella finale di Atene. Quella coppa che Ibra in carriera non è mai riuscito a vincere, Inzaghi se l'è "inventata" nel giro di due mesi. Aveva ragione, Pippo. Ma su Ibra si sarebbe ricreduto. Tre anni dopo il capolavoro di Atene, ecco Zlatan a Milanello. Questa volta Inzaghi ci deve stare. E come fece con Kaká, divenne amico anche di Ibra.

    Il bomber piacentino scoprì che la vicinanza di Zlatan gli dava stimoli, lo faceva sentire bene. Ibra apprezzava molto di più l'ossessione per il calcio di Pippo che la leggerezza brasiliana di Ronaldinho. Quando Inzaghi fece i due gol in Champions League al Real Madrid di Mourinho a San Siro, Ibra fu il primo a correre ad abbracciarlo. Ma pochi giorni dopo il destino era in agguato: novembre 2010, Milan-Palermo 3-1, salta il legamento crociato del ginocchio di Inzaghi. Appena gli è stato possibile, dopo l'operazione, Pippo ha raggiunto Milanello in stampelle.

    Tre anni prima lui aspettava Tinti, quel giorno c'era invece Ibra ad aspettare lui. Zlatan lo abbraccia e gli dice: "Che peccato Pippo, avevo voglia di fare tante belle partite insieme a te". Dopo quella frase, Inzaghi ha iniziato a piangere, come un ragazzino, un pianto dirotto di alcuni minuti. Ibra lo aveva toccato, lo aveva commosso. Eppure lui, dopo quella partita con la Stella Rossa, ne aveva fatto volentieri a meno...Il calcio è fatto così, proprio così.

    di Mauro Suma