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    La stagione 1989-90 era stata impressionante per il Milan: 54 partite ufficiali in 5 competizioni diverse fra loro, ma nelle quali il Milan è arrivato sempre in fondo. Una stagione con tre primi posti e due secondi posti. Triplete euromondiale grazie alle vittorie di Coppa dei Campioni, Coppa Intercontinentale e Supercoppa Europea. Doppio piazzamento, con il secondo posto in un campionato perso all'ultima giornata e con la doppia finale di Coppa Italia pareggiata a Torino 0-0 contro la Juventus e persa 1-0 al ritorno.

    Una stagione stressante, intensa come poi lo sarebbe stata solo la 2004-05 in seguito. Ad agosto la notizia della necessità di operare Gullit al ginocchio, l'infortunio di van Basten, la rimonta in campionato, la prima trasferta Intercontinentale in Giappone con un aereo dell'aviazione sovietica che ha scortato il velivolo rossonero durante la trasvolata nei cieli sovietici prima di raggiungere l'Asia, gli episodi arbitrali con il volto di Rosario Lo Bello, la monetina di Alemao, la stanchezza finale, fino alla vittoria contro tutto e contro tutti dell'ultima partita stagionale: la finale di Coppa dei Campioni del 23 maggio 1990 a Vienna contro il Benfica. La prima partita europea della stagione con tutti e tre i grandi olandesi contemporaneamente in campo. Un cocktail di emozioni che aveva duramente provato Arrigo Sacchi.

    Pochi o nessuno, certamente all'interno di quel Milan ma non all'esterno, sa che il tecnico di Fusignano diede le dimissioni dopo quel trionfo europeo, la seconda finale di coppa dei Campioni consecutiva vinta dal Milan. L'amarezza di Sacchi era già stata palpabile al termine dell'ultima gara di campionato, Milan-Bari 4-0, disputata sul campo neutro di Bergamo: "Di questo campionato non voglio più parlare, ora che è finito lo voglio dimenticare completamente".

    Era aprile, tre settimane prima della finale di Vienna. Dopo la quale, Sacchi aveva deciso di farsi da parte. In quei sette giorni, ci volle tutta l'abilità diplomatica e tutta la capacità di persuasione di Silvio Berlusconi, di Adriano Galliani e di Fedele Confalonieri per farlo recedere dai suoi propositi di abbandono. Arrigo alla fine si convinse, ma al raduno pre-campionato presso il ristorante Ribot era stato sibilino: "Quello che è successo la scorsa stagione ci dice che non basta fare come l'anno scorso per vincere, bisogna lavorare di più e migliorare ancora, altrimenti non si vince, vincere non è facile...".

    Ovvero i prodromi di uno stato d'animo che il tecnico rossonero si portò dietro per tutta la stagione 1990-91, tanto che dopo un Parma-Milan 2-0, Frank Rijkaard sibilò: "Per le sostituzioni ci sono sempre due bussolotti, il numero 8 e il numero 9...", con riferimento a se stesso e a Marco van Basten. Strascichi di un 1990 che era stato duro da metabolizzare, con quel finale di campionato in cui si narra, la mattina di Verona-Milan, di una riunione politica campana in cui venne preannunciata la sconfitta del Milan. Leggende metropolitane o meno, anni dopo lo stesso presidente partenopeo Ferlaino avrebbe riconosciuto che quello Scudetto il Napoli lo aveva vinto anche, non solo ma anche, ai buoni rapporti con il designatore arbitrale dell'epoca.

    di Mauro Suma